Aspettami, Mamma...


Stalino, 13 novembre 1942


Mamma, oggi finalmente, dopo tanti mesi, torno a casa. 

Mamma, mammina mia, quante cose sono successe in questi mesi di lontananza, quante vite ho vissuto in questi anni così lontano da te. 

Sono analfabeta e questa lettera non può essere esistita mai, ma i conti li so fare, ché un giorno diventerò un commerciante e i conti li saprò fare sempre. So fare i conti e me li sono fatti. Allora: sono partito da Modica per Civitavecchia a fine maggio 1938 e ho iniziato il servizio militare il 24 maggio, come i fanti della Canzone del Piave. Te la ricordi mamà? La cantava sempre Giorgio Avola, quello che era mutilato di Caporetto, che la scheggia gli aveva portato via mezzo piede e si lamentava che gli faceva male e per non bestemmiare davanti alle donne batteva quel piede ormai incompleto e cantava, cantava e schiacciava sotto il suo piede monco quella schifosa guerra, quel dolore maledetto, “Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio… Non passa lo straniero!”. 

Ma quale straniero e straniero? Fra una trentina d’anni, Gina e Carmela, le mie figlie,  insieme a Pippo, che per me è come mio figlio, faranno le manifestazioni a Modica contro la guerra e io glielo ripeterò sempre “V’avissa carri a ucca quannu parrati ri guerra, picchì nun sapiti quanti figghi ri mamma ci lassaru a peddi! Chi c’entra ca unu è talianu o tadescu o russu o ri stu Viettman: figgh’ i mamma su!”.

A proposito di Giorgio Avola: hai visto Razietta? Come sta? È sempre bellissima? Io me la sogno giorno e notte, penso sempre a lei. Quando questa guerra maledetta finisce, torno a Modica e me la sposo per sempre! 

Mamma, qui sono al Comando Scuole Centrali, Divisione di Fanteria "Torino", ma noi a Torino non ci siamo andati mai. Dopo un paio d’anni l’hanno chiamata Divisione di fanteria "Torino" (52ª), che dice che significa che è una “grande unità autotrasportabile del tipo metropolitano”. Boh, nenti sacciu.  Però con me c’è un compaesano, l’ing. Dell’Ali che, siccome è geometra, fa l’ufficiale topografo ed è capitano. E poi c’è un Maggiore e io, che sono servente ai pezzi, sono diventato il suo attendente. Si chiama Gastone Brusadelli di Enea e parla solo italiano e non so come ci capiamo, ma ci siamo affezionati e io sto sempre con lui. 


Il 10 giugno del ‘40, quando quel pudditru ha fatto quel discorso di vincere e vinceremo, ci hanno portato in Liguria e abbiamo combattuto sul fronte occidentale. Però abbiamo vinto per davvero che manco ce ne siamo accorti. Poi ci hanno mandati in Istria per l’invasione della Jugoslavia, siamo andati a Sussak, Sebenico e Spalato: alla fine di tutto questo giro dovevamo arrivare a Ragusa. Ma come? Io sono di Modica e devo fare tutti sti stur’i manicomiu pi Rausa?!


Sembrava un’altra vita! E ne stava per cominciare un’altra che io ancora non me lo so spiegare! Mamma, a giugno del ‘41 sono andato a Roma e poi sono partito con il CSIR! Lo sai che significa? Corpo di Spedizione Italiano in Russia. La Russia, mamma! Tu lo sai dov’è la Russia? Io non lo sapevo! Tutta con il treno! Tutta l’Italia e il Brennero, e poi ancora l’Austria, l’Ungheria fino alla Romania! Non finiva mai questo viaggio! Caldo, fame e bestemmie! E quando siamo arrivati eravamo autotrasportabili e significa che se ci sono i mezzi ci trasportano, ma siccome mezzi non ce n’è e dovevamo camminare, camminare per chilometri e chilometri, a piedi, insieme ai muli, con il caldo che si muore e la polvere che ti entra negli occhi e nelle narici, nei polmoni e fino all’anima. Poi finalmente siamo arrivati a Stalino, che poi si chiamerà Donetsk, dove c’è di nuovo la guerra. 

In Russia mi sono trovato bene. Occupiamo Stalino, a Doneck insomma, in Ucraina. Stiamo qui, praticamente abitiamo qui.  Mi sono organizzato e nelle cassette delle munizioni metto le sigarette, ché tanto io non fumo, e me le rivendo e ci guadagno qualcosa.

Una sera che c’era un freddo terribile e avevo un mal di denti che stavo morendo, mi hanno messo di guardia, ma c’era troppo freddo e io camminavo e camminavo. E non lo so come e non lo so perché, che dice che c’era un fiume, ma io acqua non ne vedevo, e camminavo, camminavo avanti e indietro per non pensare al dente che mi faceva male e invece poi sono caduto nell’acqua che il fiume c’era davvero ma si era congelato e io non l’avevo capito! Per fortuna c’era una ragazza che è passata e mi ha aiutato e mi ha strofinato tutta la neve anche in faccia perché dice che mi stavo congelando. Ora siamo diventati tanto amici. Forse è sposata, ma suo marito non c’è. Si chiama Maruska. Io ci vado a casa sua e facciamo come marito e moglie però da amici: io aggiusto le cose, mi occupo della mucca che fa tanto bel latte; lei mi riattacca i bottoni e mi prepara il mangiare. Certe volte, quando ci vado di sera, vedo tanti uomini nascosti a casa sua: dicono che sono partigiani e che li devo sparare perché se no mi sparano loro. Io non penso che è così, perché io entro e sempre li saluto e loro pure mi salutano e poi io mangio e Maruska è contenta e mi dice “Vattene, vattene o kaput”. A me non m’hanno fatto niente e forse quella è un’altra vita. 

Un’altra volta mi è successa una cosa proprio strana. Al solito, mi hanno messo di guardia di notte, sempre quando c’è freddo che si muore! I comandanti avevano detto “Per questa sera è previsto un grande attacco di artiglieria. Il segnale sarà un colpo di fucile sparato in una certa direzione. State attenti e pronti!”. E io ero attento e pronto, ma ero di guardia e tutt’a un tratto ho sentito una minaccia arrivare dalla direzione che dovevamo stare attenti che c’era lo sparo. Io mi sono spaventato e ho detto “Altolà chi va là”. Ma quello non risponde e penso che sono in pericolo. E allora mi spavento e glielo dico di nuovo “Altolà chi va là. Fermo o sparo!”. Insomma, era un cane molto feroce e una volta da bambino un cane mi aveva morso e ero stato all'ospedale per 40 giorni. Allora io ho avuto paura e ho sparato nella direzione del cane. Io non avevo sparato mai, ma certo non me lo potevo aspettare che per una volta che sparavo io poteva succedere tutto questo! Tutti sparavano da tutte le parti! Che cosa è potuto succedere?! Il giorno dopo mi hanno chiamato a rapporto e hanno detto che mi dovevano fucilare perché dice che ho fatto il segnale per fare partire l’attacco. Mah, io non credo che l’hanno potuto pensare, perché io ho sparato sì in quella direzione, ma solo perché il cane era lì e io avevo paura. Hanno detto che questa volta non mi salva neanche Brusadelli e mi hanno dato l’olio di ricino per punirmi. Io non lo so cosa devo farci con quest’olio, ma siccome mi fa male il ginocchio, l’ho spalmato tutto che speravo che mi passava. Non funziona. 

I comandanti si sono arrabbiati di nuovo, ma Brusadelli gli ha detto che sono il suo attendente e che non potevo sabotare proprio niente e che se ho detto che c’era un cane, vuol dire che c’era un cane. Allora, visto che aveva nevicato tutta la notte e il cane non si vedeva più, mi hanno dato una pala e mi hanno detto che se non usciva fuori la mia prima e unica vittima di guerra - al solito - mi fucilavano! E io tanto ho scavato quella neve che l’ho trovato e non mi hanno fucilato. 

Mamma, ora Brusadelli ha detto che ce ne dobbiamo andare e mi ha fatto dare 30 giorni di licenza per “gravi motivi familiari”, perché è arrivato il certificato medico del tuo dottore di Roma e dice che stai morendo. Mamma, ma tu non ce l’hai il dottore a Roma! 

Ora vengo, Mamma, tu non piangere, per favore. Non ci vediamo da 5 anni, Mamma, e quando torno non farò neanche in tempo a venire a Modica che devo andare a Messina, che vogliono farmi fare ancora guerra. Non ne voglio fare più guerra,mamma, non ce la faccio più. Non posso venire a Modica, scusami, ma non piangere, ti prego. Aspettami ancora, mamma, senza bisogno di piangere tutti i giorni per per me, mamma. Aspetta che finisce questa maledetta guerra, aspetta un paio d’anni ancora, mamma, e io vengo da te e ti prometto che non ti lascio più. Sono vivo, sto bene, non piangere. Me ne vado al fiume Paradiso e fino a quando non finisce questa guerra maledetta sto nascosto là. 

Aspettami due anni ancora, tanto lo so che piangi ogni giorno per me. Aspettami e io te lo giuro, mamma, che ogni giorno prima di tornare a casa da lavoro passo da casa tua e ti porto qualche cosa e ti do un bacio. Tu aspettami e io torno, Mamma, e appena finisce la guerra mi sposo Razietta e facciamo tanti figli e la prima la chiamo come te, Giorgia, e poi avremo tanti nipoti. Aspettami, Mamà, e poi quando arrivo tu fai quello che hai fatto, di’ quello che hai detto quando mi hai rivisto dopo 7 anni. Nessuno mi ha potuto toccare, nessuno mi doveva parlare! Solo tu, mamma, c’eri solo tu per me. Te lo ricordi cos’hai fatto? Poverina, Margherita, la mia sorellina così piccola, che quando sono partito aveva 8 anni e ora ne ha 15 ed è una signorina. Voleva abbracciarmi dopo tanto tempo che non mi vedeva, ma tu no! “U figghiu è miu!”. E ci siamo abbracciati e tu hai pianto per la contentezza che tuo figlio era tornato dalla guerra. E anch’io ho pianto per la contentezza che la mia mamma mi stava di nuovo abbracciando. 

Aspettami, Mamma, aspettami anche se mi aspetti da sette anni senza una lettera e perdonami, ma io sono analfabeta e le lettere non te le so scrivere. Aspettami come mi hai aspettato ogni giorno, ogni giorno piangendo e pregando per me, e quando arrivo non farmi toccare da nessuno, non farmi parlare da nessuno! Dimmi solo “U figghiu è miu” e abbracciami, mammina mia, e piangiamo tutti e due e io non ti lascerò più. 


A mio nonno Nzuliddu che rischiò la fucilazione per aver sparato un solo colpo uccidendo un cane. 

Un ringraziamento sincero alla zia Margherita che, con i suoi 94 anni e ottant’anni dopo, mi ha fatto vivere quel momento regalandomi calde lacrime d'amore per una mamma che ha aspettato suo figlio piangendo ogni giorno per 7 lunghi, infiniti anni. 


Nzuliddu alla Russia. Dietro questa foto qualcuno aveva scritto per lui "il vostro figlio Pietro"